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venerdì 11 dicembre 2020

L'equilibrio instabile della giustizia

L'equilibrio instabile della giustizia

“La giustizia presuppone sempre un consensus. È questo il motivo per cui essa è un concetto così eminentemente politico. La pena è per il criminale un atto di giustizia, nella misura in cui il criminale giudica espressamente o implicitamente questo crimine come un crimine, e dunque è d’accordo con i suoi giudici su ciò che nella società umana costituisce un crimine. Se questo consensus viene meno, la pena diventa un atto di vendetta o di legittima difesa oppure dell’interesse della maggioranza, insomma ciò che gli psicologi e i sociologi moderni decretano comunque che sia, poiché senza saperlo, essi ragionano già a partire dallo sfacelo nel quale, assieme al consensus, è scomparsa anche la possibilità della giustizia. Il criterio con il quale si misura la giustizia e che ne costituisce la realtà - come l’infra è la realtà della libertà - è dato nel consensus e, una volta rotto, il consensus non può essere sostituito da nulla di “assoluto”. Anche la legge divina ha ancora bisogno dell’uomo che ascolta, acconsente e (solo in ultimo) obbedisce.

Il ricorso alla forza, come quella a cui porta la guerra, in cui (non vige la legge del più forte, ma) alla fin fine il più forte ha sempre ragione, presuppone sempre anche che un consensus sia rotto o volontariamente distrutto. La guerra è dunque per così dire la conseguenza del fatto che non esiste più la categoria della giustizia. Per questo motivo, non esistono effettivamente guerre giuste o ingiuste in senso proprio - una guerra giusta sarebbe un’azione di polizia e una guerra ingiusta un crimine.”

Da Nel deserto del pensiero, H. Arendt

Dopo le parole di una pensatrice e filosofa come Hannah Arendt, che prosegue nei suoi appunti sulla giustizia approfondendo il concetto nel rapporto tra stato e guerra, è quasi superfluo aggiungere altro. Si va a semplificare un discorso completo e complesso, rischiando di banalizzare. Ciò che possiamo testimoniare, come Fondazione Angelo Vassallo Sindaco Pescatore per la legalità, la verità e la giustizia, è che sì, la giustizia si ha soltanto quando il criminale accetta di definirsi tale, giudicandosi colpevole, soltanto in quel momento la vittima e il carnefice avranno entrambe riconosciuta la loro Iustitia.

Non commettiamo l’errore di pensare a questi concetti sempre come qualcosa di molto lontano da noi. Riprendendo ciò che scrive Dario Vassallo nel suo libro “La Verità Negata”, guardiamoci bene da “la sindrome della distanza”. Iniziamo da noi, dal nostro senso di giustizia, che non è quello della colpa, già insito nell’uomo per cultura, e dal senso di ingiustizia. La difficoltà sta nel guardare con occhi liberi dal giudizio e nel saper cogliere le sfumature del mondo circostante. La negazione è la scomparsa della giustizia per qualcuno, che sarà ingiustizia per qualcun altro. Ciò che può accadere è che per appagare il proprio senso del giusto, si possano commettere azioni ingiuste. Appare un paradosso e si chiama vendetta, come spiega anche la Arendt. Questa è anche esasperazione del senso di giustizia.

È una scelta, abbiamo sempre due possibilità e sta a noi decidere la strada da intraprendere. Non c’è un regolamento che dica ciò che è giusto e ciò che non lo è, esistono i valori, i principi, l’educazione, la fiducia, l’impegno. Questi vanno coltivati, bisogna prendersene cura, innaffiarli, togliere le sterpaglie che possono crescere tra i fiori, farli germogliare fino a renderli rigogliosi e vederli crescere, sempre sotto la luce della bellezza, dell’onestà e della legalità. In essi è già racchiusa la giustizia.

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Il libro su Angelo: «Il Sindaco Pescatore»