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mercoledì 17 febbraio 2021

La fiducia non è un oggetto a buon mercato

La fiducia non è un oggetto a buon mercato

Vi siete mai chiesti davvero quanta fiducia, inafferrabile e concretissima, c’è nelle nostre giornate? 

Molta più di quanta si possa pensare. Lo affermiamo a costo di sembrare ingenui buonisti o, quantomeno, poco realisti in un Paese dove la poca fiducia è un’emergenza e l’insicurezza dilagante è molto più che semplice sfiducia. Ne scriviamo con convinzione perché riteniamo che la fiducia, intesa come una conquista, sia in parte costituita dal potenziale che è in ognuno di noi, nessuno escluso. Lo facciamo per ricordare a noi stessi e agli altri che la fiducia è merce tanto rara quanto necessaria e proprio per questo bisogna occuparsene.

Bisogna coltivare la fiducia. Ci muoviamo in questa direzione già dal nostro primo anno di vita, quando muoviamo timidi passi facendo esistere, poco a poco, la fiducia come quel qualcosa che prima non c’era e che nessuno, da solo, è in grado di far esistere. È passo dopo passo, oscillanti tra il timore e l’eccitazione di nuove conquiste, che ci predisponiamo alla fiducia, senza chiederci fino in fondo se a non farci cadere sono le mani tese o gli sguardi attenti che ci guidano nella nostra danza.

Ci educhiamo alla fiducia. Lo facciamo tra opinioni e pensieri condivisi, dialoghi a cuore aperto, complicità che sorreggono legami, amicizie, amori. Tessiamo la trama e l’ordito della fiducia tra le nostre relazioni quotidiane ma è un investimento difficile perché ha a che fare con la connessione tra le parti e a spaventarci è proprio quel salto oltre il nostro “io” più profondo.

Ci fidiamo solo quando riusciamo a costruire, con la pazienza del cuore, un ponte verso l’altro; quando impariamo ad ascoltare prima di giudicare; quando cerchiamo di comprendere prima di criticare; quando aspettiamo di capire prima ancor di cominciare a lamentarci; quando evitiamo di biasimare e punire; quando, in un Paese poco incline alla fiducia, cerchiamo di coltivare pensieri inediti e abbiamo il coraggio di diventare diversi, di fare la differenza.

Cosa vuol dire, dunque, costruire pazientemente la fiducia? Vuol dire prendere coscienza e allarmarsi perché le organizzazioni tradizionali, i sindacati, le istituzioni religiose, i partiti e persino lo Stato, hanno progressivamente perso la capacità di essere intermediari della fiducia; vuol dire adoperarsi per realizzare ambienti fisici e sociali dove le persone possono concentrarsi sulla vera sfida che è quella di ripartire dalle risorse e non dalle mancanze, dalle persone e non dal sistema, per creare le condizioni per cui ha senso avere fiducia nell’altro e nelle istituzioni.

Proviamo a coniugare nuovi tempi e nuovi modi per i quali fiducia vuol dire più reciprocità, civismo, trasparenza, collaborazione, comunità, innovazione sociale. Ripartiamo da tutte quelle tematiche che hanno il futuro come minimo comune denominatore e non si lasciano appiattire dal presente ma si nutrono di speranza, attesa, prospettive. Forse non è un metodo impeccabile né una strategia semplice, ma può essere una rotta da seguire per ancorarsi al futuro e veleggiare mari di fiducia e consapevolezza sospinti dal buon vento.

 

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