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mercoledì 20 gennaio 2021

Partecipazione: fare parte o sentirsi parte?

Partecipazione: fare parte o sentirsi parte?
“E se l’ho fatto io, che ero un pescatore, puoi farlo anche tu.”
 
Angelo Vassallo educava alla partecipazione. Cioè consentiva ai cittadini di prendere parte all’adozione delle decisioni che interessano la comunità. Aveva ben chiara la minaccia di un deficit democratico, certo, ma sapeva guardare oltre.
 
Ognuno degli approcci che potremmo delineare per definire il concetto di partecipazione potrebbe avere per ognuno di noi una valenza diversa, soprattutto se si considera che non è sempre facile, anzi, non lo è affatto, stare insieme.
Partiamo allora dal famoso detto decoubertiano: “L’importante è partecipare”. Esso può essere straordinario a patto che ognuno di noi riservi a queste parole la giusta interpretazione, ben lontana dalla nostra zona di comfort in cui ponderiamo giustificazioni o anticipiamo la nostra sconfitta. 
 
Cosa siamo davvero disposti a fare per partecipare?
 
E la vittoria è davvero una conquista rispetto agli altri oppure il primo passo verso la partecipazione è una vittoria con sé stessi?
 
I pensatori della filosofia antica e medievale si sono scervellati per secoli nella definizione di un principio come quello della partecipazione. Alcuni di essi sono arrivati al nocciolo della questione ponendo alla base della propria riflessione i modi del partecipare, prima ancora che l’oggetto della partecipazione.
 
Dal punto di vista strettamente materiale partecipare vuol dire “fare parte” e, perdonerete la nostra semplificazione terminologica, potremmo fare una miriade di esempi pratici come quello della torta divisa in parti uguali tra i convitati che, appunto, sono stati fatti partecipi della torta. Se spostiamo la nostra argomentazione sul piano etico e morale, dedurremo che l’oggetto rende partecipi i convitati nella condivisione di una motivazione (una festa, una ricorrenza, un traguardo) che ha generato quel momento. È la realizzazione del sé che si fa partecipazione attraverso la relazione.
 
Siamo perennemente interconnessi, abituati a vivere di interazioni e dipendenti dal generarne costantemente di nuove ma se non si innesca una forza interna e dinamica come la relazione non partecipiamo. 
 
Il Sindaco Pescatore, con i suoi concittadini, questa forza l’aveva scovata nella ordinarietà della bella politica che fa “le cose che non si vedono” per la costruzione di una "nuova felicità”.
 
Partecipiamo quando possiamo fare la nostra parte; quando nel confronto possiamo crescere; quando troviamo ascolto; quando non siamo soltanto un numero; quando possiamo cooperare ma anche guidare senza prevaricare l’altro; quando ognuno fa il suo e non ci tocca remare il doppio mentre i compagni di voga se ne stanno a guardare; quando partecipare non significa escludere; quando ci sentiamo parte.
 
Partecipiamo quando, più di tutto, siamo liberi di farlo.
 
Libertà è partecipazione.
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Il libro su Angelo: «Il Sindaco Pescatore»